La flessibilità buona e quella cattiva (precarietà)

I due concetti non vanno sovrapposti e confusi: la prima è tutelata dalla legge e si porta dietro una prospettiva di miglioramento di status, competenze e retribuzione; la seconda è una condizione molto vicina all’incubo dell’incertezza. In ogni caso, sia l’una che l’altra nulla hanno a che vedere con il contratto di lavoro, bensì con il mercato.
La flessibilità è buona quando è legale, ossia garantita e tutelata dalla legge e dai contratti collettivi di lavoro. È buona quando è coniugata e temperata da un sistema di tutele che garantisce forme di sostegno al reddito nei periodi di non lavoro strettamente legati a politiche attive per la ricollocazione in un altro lavoro.
La flessibilità è cattiva quando è illegale e diventa, quindi, precarietà e sfruttamento. Il lavoro nero è la massima espressione della precarietà, alle quale si aggiunge l’utilizzo illecito dei contratti tipici del lavoro autonomo per regolare rapporti di lavoro di fatto da dipendente.
È altresì ovvio che il principio di flessibilità degenera nella precarietà quando manca la continuità nella vita professionale e soprattutto quando viene a mancare un reddito adeguato alla pianificazione della propria vita. Così intesa rappresenta una degenerazione del concetto di flessibilità, una sorta di deviazione dal “principio sano”.