26 anni dopo Maastricht, è certificato il fallimento di questa Unione Europea

E’ vero, il titolo di questo articolo è provocatorio ma veritiero. Corre l’obbligo però di fare subito delle premesse, altrimenti potrei fuorviare il lettore. Premetto che il Movimento Futuro Italia non è un movimento populista, né sovranista, ma quale forza moderata è attenta alle reali dinamiche della politica italiana ed europea, al di là della permanente campagna elettorale in cui versano le forze politiche di governo.

Maastricht, capitale del Limburgo olandese, è una cittadina con poco più di 100mila abitanti sulle rive della Mosa. Qui, a pochi chilometri dai confini con la Germania e il Belgio, il 7 febbraio del 1992 i 12 paesi che allora formavano la Comunità europea firmarono il trattato che ha portato negli anni seguenti a inseguire le chimere dell’integrazione delle economie e della creazione dell’Euro. Erano passati solo due anni dalla caduta del muro di Berlino, e l’Europa sembrava destinata a un futuro federale. Ventisei anni dopo quella firma, l’ipotizzata integrazione appare fallita, e la storia ha dimostrato che l’errore compiuto allora conteneva già tutte le debolezze che hanno contribuito alla crisi attuale. La focalizzazione sull’Unione economica senza nemmeno considerare quella politica, la scarsa attenzione per l’aspetto sociale, la rinuncia dell’Europa a ruoli nella politica estera e nella sicurezza globale, la rigidità dei parametri stabiliti perché i paesi potessero rientrare nella moneta unica: tutti fattori che, visti un quarto di secolo dopo, hanno contribuito a scrivere alcune delle pagine più difficili dell’ultimo periodo.

Oggi la tempesta eurocritica si è abbattuta su tutti i sistemi politici europei e in molti Paesi, tra i quali l’Italia, l’euro è diventato il simbolo dell’impoverimento economico di quei cittadini che guardano con crescente rabbia a una classe dirigente accusata di aver tradito le promesse di quel 7 febbraio 1992 che sembrava dover aprire agli europei i cancelli di un futuro più stabile e prospero. Il fuoco del nazionalismo è tornato ad ardere, e gli elettori premiano i partiti cosiddetti “populisti” che fanno del No all’euro e della critica a questa Unione europea vista sempre più come una gabbia il loro cavallo di battaglia. Le istituzioni europee, viste sempre più come un castello dorato dentro il quale si sono arroccati i membri della “troika” che guardano solo agli interessi di grandi imprenditori, speculatori e banchieri, hanno ricevuto il colpo di grazia dalla Brexit, il referendum con il quale i cittadini della Gran Bretagna hanno scelto di andarsene dall’Unione, e dalla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, ormai dichiaratamente ostile all’Unione Europea.

La stessa sta vivendo la sua crisi più profonda da quando, ormai sessant’anni fa, furono firmati i trattati di Roma. Lo ha riconosciuto lo stesso presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, che non ha esitato, tempo fa ad agitare lo spauracchio della guerra per giustificare l’accanimento terapeutico su una sovrastruttura ormai avviata alla fine. Il complesso negoziato per la Brexit, che per la prima volta ridurrà il numero dei partecipanti al blocco, l’irrisolto problema dell’immigrazione, l’aumento del sostegno ai partiti eurocritici, l’avversione degli Stati Uniti d’America con la politica protezionistica del suo presidente, la messa in discussione di organizzazioni consolidate come la NATO, rendono sempre più difficile il cammino europeo. Maastricht ai cittadini italiani ricorda soprattutto il patto di stabilità, ovvero quei parametri sul rapporto tra deficit e Pil in nome dei quali gli ultimi governi hanno giustificato aumento delle tasse e tagli dei servizi. C’è quindi ben poco da stare allegri, ma molto su cui riflettere se si vuole costruire un futuro meno fallimentare. Ecco perchè è tempo che le forze moderate si mettano insieme per cercare di invertire la rotta, se crediamo ancora nello spirito di un’Europa libera che possa assicurare il futuro dei nostri figli. Giuseppe Tanga